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2020, Annus horribilis?

A guardarlo oggi, col privilegio della distanza, era già scritto tutto lì, nel corpo 11 di un lancio d’agenzia o nei fotogrammi pixelati male di un video sui social: Papa Francesco, la massima autorità spirituale e politica al mondo, emblema universale di tolleranza e pietas cristiana, che schiaffeggia una donna di origine asiatica troppo insistente durante la tradizionale camminata in una piazza San Pietro gremita. Mancavano poche ore all’inizio dell’anno, ma, la mattina dopo, quella notizia sarebbe rimbalzata come una scheggia impazzita sulle bacheche e nelle teste di miliardi di persone ancora inebetite dall’hangover di Capodanno. Se il 2020 stava cercando di mandarci un avviso, avremmo fatto meglio ad ascoltarlo con più attenzione. E, invece, milioni di italiani – sovranisti e ultracattolici in testa – aspettavano solo un’occasione propizia per scaricare su Jorge Mario Bergoglio anni di malcelata frustrazione per quel Papa rivoluzionario che parla di migranti, unioni civili, lotta alla povertà e contro le storture del neoliberismo. Per giorni non si parla d’altro. Sono le settimane in cui quegli stessi milioni si radunano in massa nelle sale cinematografiche per vedere Tolo Tolo credendo di ridere di gusto degli immigrati e dei “buonisti”, e scoprono, invece, che Checco Zalone si sta prendendo gioco di loro. Sanremo è ormai alle porte con le sue promesse di rassicurante leggerezza nazionalpopolare, mentre a fine gennaio la vittoria di Stefano Bonaccini, del centrosinistra (e delle Sardine) sui “barbari” leghisti nell’Emilia rossa scongiura una valanga nera che, una volta partita, trascinerebbe con sé un intero Paese.

Eccoci lì. Questi eravamo noi italiani, fotografati l’attimo prima che il mondo ci franasse addosso, felicemente ignari che, meno di un mese dopo, un virus letale arrivato da Oriente avrebbe cambiato per sempre le traiettorie delle nostre esistenze. Eppure, a guardar bene, il 2020, quello che da molti oggi è considerato l›annus horribilis e uno dei più esecrabili dal Dopoguerra, un giorno, tra molti anni, potrebbe essere ricordato come l’anno zero di un nuovo Umanesimo in cui i vecchi paradigmi basati su individualismo e rampantismo sfrenato hanno incominciato un po’ a crollare, cedendo spazio all’unica vera certezza lasciata in eredità dal Covid: che nessuno si salva da solo, mai. Di colpo, il virus ci ha ricordato che siamo creature microbiche che si affannano in un pianeta fatto di poca terra, qualche traccia appena del nostro passaggio e acqua a perdita d’occhio.

Quando, tra molti anni, ci volteremo indietro e proveremo a tirare a freddo un bilancio dell’anno appena trascorso, quello che resterà non saranno le ferite profonde e i lutti leggendari ma le prime timide impronte di una nuova tribù che imparava a camminare in una nuova forma di società mai abitata prima: quella che potremmo definire della “interdipendenza solidale”. Uno spazio, cioè, fisico, virtuale, sociale e, insieme, politico nel quale ogni scelta, azione, atto individuale è strettamente connesso a qualcuno “altro da noi” da cui non si può sfuggire. Improvvisamente ci siamo resi conto di quale profondo impatto possa avere il nostro modo di vivere non solo sulle persone a noi vicine ma anche su quelle estranee e, solo in apparenza, lontane. Termini come mascherina, protezione individuale, distanziamento, rispetto delle regole, sono entrati prepotentemente nel nostro vocabolario quotidiano. E hanno tutti in comune una cosa: ognuno si situa etimologicamente su quel sottile confine tra noi e gli altri, tra la fine della nostra libertà e il diritto alla salute degli altri. Un terreno, questo, che per anni abbiamo bellamente ignorato, e che solo una pandemia è riuscita a rimettere al centro del dibattito, non solo sanitario.

Non è un caso che il simbolo più limpido di questo 2020 sia stato un ragazzino di 21 anni di Paliano (provincia di Frosinone) morto ammazzato di botte una notte di settembre da una banda di criminali per aver difeso un amico. Si chiamava Willy Monteiro Duarte e nessuno, da tempo, ha incarnato con quella coscienza morale e quella cieca incoscienza, l’ideale del giovane eroe. Con Willy un intero Paese si è sentito di colpo fragile, inerme, messo a nudo, sbranato dalle proprie piccole miserie, perché in pochi avrebbero avuto il coraggio di essere come lui, di mettere il proprio corpo davanti a un’ingiustizia, di non fuggire, di non tacere, di non lasciar correre, proprio lui che, per la sua pelle e per le sue origini, era abituato ad essere considerato un fantasma in casa propria. Per questo la sua storia ci ha colpito così in profondità. Per questo, pur nella tragedia, Willy è riuscito a diventare un simbolo di pace e speranza, di ribellione, coraggio, generosità, come quella “farfalla che vola sopra il filo spinato” con la cui immagine Liliana Segre, solo quaalche mese prima aveva commosso il Parlamento europeo. Era il 29 gennaio, due giorni dopo la “Giornata della Memoria”, conclusa con una standing ovation da brividi da parte di tutto l’emiciclo a quella donna e senatrice a vita di 91 anni che, poco dopo, avrebbe annunciato la fine della sua trentennale attività di testimone vivente della Shoah. Senza saperlo, quel giorno Liliana Segre stava indicando a tutti noi una strada per resistere alle esperienze umane più atroci immaginabili.

Non deve aver fatto in tempo ad ascoltarla Gennaro Arma, che proprio in quei giorni navigava a vista nel Mar Cinese sudorientale, al timone di una nave da crociera, la “Diamond Princess”, costretta a restare per un mese in quarantena per il Coronavirus. Arma è stato l’ultimo a scendere dalla nave, guadagnandosi l’appellativo di “The Brave Captain” (il capitano coraggioso), proprio lui che viene da Meta di Sorrento, il paese di Schettino. Arma è stato il primo italiano a incontrare da vicino il Coronavirus, in un’epoca in cui credevamo ancora non ci riguardasse. Che nostalgia, a ripensarci oggi, quando i nostri problemi più grandi erano l’abbraccio di Mattarella ai bambini cinesi o la tutina attillata di Achille Lauro a Sanremo. Eppure, accanto a tutto questo dolore, il 2020 ci ha restituito in controluce, con ancora più slancio, quell’Italia che resiste all’odio e che ci rende orgogliosi di essere italiani nel mondo. Come Anna Grassellino, la scienziata siciliana già premiata dall’allora Presidente Obama e scelta, a fine agosto, per dirigere il Fermilab di Chicago: uno dei templi della fisica moderna. A 39 anni, e con tre figli, le hanno dato un budget d 120 milioni di dollari e un team di 200 scienziati, in larga parte uomini. Impensabile per chiunque in Italia, figuriamoci per una donna e una madre del Sud, in un Paese che, tre mesi più tardi, si sveglierà con la prima, storica, nomina di una rettrice all’università “La Sapienza” di Roma, dopo 717 anni di incontrastato dominio maschile. Tardi, tardissimo, eppure è accaduto davvero, nel tanto vituperato 2020: un’altra spallata al tetto di cristallo che ha cominciato a mostrare le prime, evidenti, crepe. In fondo, se alziamo lo sguardo appena più in là del nostro naso, ci accorgiamo che il peggior Presidente di ogni democrazia occidentale è stato spazzato via in una notte (più due settimane di attesa psichiatrica) da un “vecchio” democratico e da una giurista di origine indo-afroamericana, prima donna ad aver mai ricoperto il ruolo di Vicepresidente nella storia americana. Il tetto di cristallo è definitivamente crollato, almeno oltreoceano. E allora capisci che sì, che forse non tutto è perduto. Che, anche nell’anno più tragico dalla Seconda guerra mondiale in avanti, questa strana creatura imperfetta, spaventata, contraddittoria che chiamiamo essere umano è stata capace di piantare il seme di un albero che, un giorno, in altri anni e in altri luoghi, forse diventerà un bosco.