La donna che legge libri agli sconosciuti

C’è una cosa che mi ha detto Chiara il giorno in cui ci siamo conosciuti, non l’ho più dimenticata: “Sono una persona essenzialmente solitaria. Mi piacciono le persone ma non la gente.”

Quella di Chiara Trevisan, la lettrice vis à vis, è una storia di pagine consumate, di incidenti di percorso, di viaggi fatti e rinviati per sempre a data da destinarsi, di vite degli altri e infinite esistenze personali possibili, di strade che sono diventati vicoli ciechi o sentieri, di zaini in spalla e incroci imprevisti. E, sullo sfondo, come un rifugio sempre a portata di mano, i libri: il grande amore della sua vita. «Mi toccava frequentare le scuole dei ricchi, dove mi sono sempre sentita come una specie di infiltrata. La Torino degli anni ‘70 e ‘80 era una città estremamente chiusa, fatta di cerchi dal confine geografico, sociale e culturale molto chiaro e delimitato, e la mobilità tra un cerchio e l’altro era quasi inesistente.» Chiara si sentiva imprigionata in un cerchio e in una vita che non le appartenevano. È stato quello il periodo in cui ha familiarizzato con i due compagni più fedeli e costanti della sua vita: i libri e la solitudine. Sin da quando ha imparato come si faceva, Chiara ha letto tutto quello che le passava davanti con una voracità insaziabile. E, in quella casa di Crimea, passava veramente di tutto: dai romanzi di formazione di Calvino ai classici, a Milan Kundera, passando per quello che definisce “il mio periodo russo”, che nel suo caso ha coinciso con gli anni del liceo. La lettura non era per lei una semplice evasione dalla realtà, ma una passione di famiglia.  D’estate, prima di partire per le vacanze, mamma e papà prendevano un enorme borsone, lo riempivano di libri di ogni genere, stile e autore e lo caricavano in macchina.  «Lo ricordo bene perché era sempre il borsone più grande di tutti. Ce lo portavamo ovunque, in questi viaggi infiniti in luoghi improbabili dove nessun turista aveva mai messo piede prima. Un anno siamo stati per tre settimane in giro per la ex Jugoslavia in posti letteralmente dimenticati da Dio, e passavamo tutto il tempo facendo il bagno, mangiando o leggendo. Ognuno di noi aveva libero accesso alla borsa e poteva prendere quello che voleva. Non esisteva una borsa dei grandi e una per i bambini, potevi ritrovarti a leggere di tutto, assieme a qualcuno che stava leggendo le tue stesse cose e con cui potevi confrontarti e parlare. Leggevamo così veloce che a volte una borsa, da sola, non bastava, e c’era bisogno di riempirne anche due o tre. Sono stati momenti molto felici e, tutt’oggi, è stata una delle esperienze più formative della mia vita.» Ma, se dovesse trovare il momento esatto in cui il suo destino si è compiuto, le passano davanti come istantanee ingiallite le sere prima di andare a dormire in cui papà veniva in camera sua e si sedeva a turno sul letto suo o di sua sorella  «Ogni volta, puntualmente, erano guerre fratricide per decidere a chi toccasse. E la cosa bella è che ci leggeva le cose che aveva voglia di leggere lui. Aveva cominciato con le filastrocche di Rodari, poi era passato presto ai racconti, infine ai romanzi. Era un momento molto intimo ed esclusivo. Tra il lavoro in banca, le riunioni in sezione al P.C.I. e il bridge con gli amici, papà era quasi sempre fuori casa. Ma sapevamo che, alla sera, lui era tutto per noi. Se mi guardo indietro ora, con un minimo di distanza, so che in quelle letture serali ad alta voce c’era scritto il mio futuro. È lì, in quei dieci minuti di relazione umana e letteraria, che tutto è cominciato.»”

(tratto da Un passo dopo l’altro. Viaggio nell’Italia che resiste, nonostante tutto, Mondadori, collana Strade Blu, 2020)