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Nuova bellezza o vecchio paradigma?

Lo sfondo è verde intenso, il titolo di un rosa incarnato, il numero il 40 del magazine di costume più letto e popolare in Italia, “Vanity Fair”. E, al centro, lei, Vanessa Incontrada, seduta di tre quarti con le gambe accavallate e un braccio a coprirle il seno, uniche due accortezze a separarla dal nudo integrale. Poco sotto, un titolo che è, al tempo stesso, un atto intimo di orgoglio e un manifesto di resistenza all’odio nell’Italia del 2020: “Nessuno mi può giudicare (nemmeno tu)”. Boom!

In poche ore quest’immagine irrompe sui social in un pomeriggio di fine settembre con la forza deflagrante di una bomba. Il suo nome è trending topic su Twitter, su Facebook non si parla d’altro, Instagram si blocca persino per pochi minuti, tante sono le interazioni. Dietro l’omaggio leggero e persino un po’ scanzonato a Caterina Caselli, ci sono gli ultimi dodici anni di vita dell’attrice e modella italo-spagnola, la punta dell’iceberg di un lunghissimo e doloroso percorso di accettazione di sé e del proprio fisico che Vanessa Incontrada ha cominciato il giorno stesso in cui è diventata mamma, nel luglio 2008. Una gravidanza complicata, il suo peso che cresce più del previsto, il fisico che cambia, le forme che si addolciscono. E, una volta che Isal nasce, Vanessa decide che non farà quello che tutti si aspettano da lei. Non si precipiterà in palestra tra una poppata e l’altra, niente tapis roulant in casa, nessuna fretta di tornare ad assomigliare all’immagine della modella taglia 38 che per anni è stata il suo lavoro e la sua prigione. Quello che non sa, Vanessa, è che non è quel genere di prigione da cui si può evadere. Non se sei una delle donne di spettacolo più amate dal pubblico. Non nel 2008. Non all’inizio di una piccola rivoluzione epocale che, anni dopo – con un briciolo di consapevolezza in più – prenderà il nome di “Era dei social network”. In un’epoca del genere, specie se sei donna, può capitare di ritrovarsi inondati quotidianamente di messaggi da cui tracima disprezzo, giudizio, odio puro. “Mettiti a dieta”. “Sei grassa”. “Sei brutta.” “Fai schifo.” Ripetuto per anni. Dodici anni, per l’esattezza. Da parte di uomini e, più spesso, donne. Un giorno di molti anni dopo, ormai quasi pacificata col suo corpo e coi suoi hater, Incontrada confesserà: “La cosa che più mi ha fatto male è la cattiveria di certe donne. Invece di essere complici e solidali, a volte ti giudicano in maniera così spietata da farti riflettere.” Un vero e proprio bodyshaming di una violenza inaudita che avrebbe annichilito chiunque. Lei, invece, incassa e, ogni volta, riparte. Trasforma le critiche in forza, gli attacchi in opportunità. Dopo anni in cui si chiude in se stessa nascondendo le sue nuove forme e comparendo in tv il minimo indispensabile, accade che, un giorno di un anno fa, si presenta su Rai 1, in prima serata, davanti a dieci milioni di spettatori, e legge un monologo che fa così:

“La perfezione? Non esiste. Magari me lo avessero detto prima. Sai quanto tempo ho passato a cercarla? Non permettete a nessuno di farvi sentire inadeguate. A nessuno.” Infine – e siamo ormai ai giorni nostri – Vanessa Incontrada appare su “Vanity Fair” e mette letteralmente a nudo ogni presunto chilo in più, ogni supposta imperfezione, sbattendo ogni centimetro di pelle in faccia agli odiatori (e agli odiatrici) e celebrando la nascita di una “Nuova bellezza”, quella che non deve chiedere il permesso e che non deve assomigliare a nulla se non a se stessa.

Sembra finita qui, e forse per Incontrada lo è pure. E invece capita che guardi e riguardi quella copertina, quel corpo che è un misto di grazia, fascino e consapevolezza acquisita e non puoi fare a meno di pensare che quella bellezza lì è tutto meno che “nuova”. Quella che per Vanessa è una rivincita personale non è altro che l’ennesima reiterazione di un modello maschile e maschilista in cui è il corpo della donna – perfetto o atipico ma pur sempre bellissimo – ad essere mostrato, esibito, ostentato, sottoposto al giudizio universale. È il corpo della donna che reclama dignità o rispetto attraverso l’esposizione di sé, quasi fossimo incapaci – noi, Vanessa Incontrada, il fotografo, una società intera – di immaginare forme realmente nuove di affermazione di sé. Come ha suggerito di recente la blogger e amica Cinzia Pennati, provate a immaginarvi su quella copertina un attore famoso, magari in carne e sovrappeso. “Prendete Carlo Verdone o Giuseppe Battiston, o chi volete voi, chiudete gli occhi e immaginate. Non ci riuscite, vero? E, se ci riuscite, vi viene fuori una smorfia, perché a loro non si chiede di dover dimostrare nulla se non di essere bravi attori.” E allora, di colpo, realizzi che quello scatto così potente è un meraviglioso atto di affrancamento e liberazione ma pur sempre individuale, in un Paese in cui in un liceo di Roma le studentesse sono invitate dalla vicepreside (donna) a non indossare la minigonna altrimenti – testuali parole – “ai professori cade l’occhio”. Una società in cui una modella armena è costretta a scusarsi se il suo modello di bellezza non corrisponde ai canoni che gli uomini hanno costruito per lei; un mondo in cui Valentina Ferragni, sorella minore di Chiara, subisce un body-shaming quotidiano per le sue rotondità appena accennate. Tutti questi casi hanno in comune due cose. La prima: che le critiche e i giudizi più feroci non arrivano da uomini bensì da donne, a dimostrazione di come la cultura machista non sia più da un pezzo prerogativa maschile ma, come un virus, si è diffuso e inoculato ad ogni livello e in ogni genere. La seconda, e più importante, è il territorio in cui diamo per scontato che si debba giocare la partita: quel corpo femminile che viene ora rivendicato, come nel caso di Incontrada, ora ostentato come per le studentesse del liceo Socrate che si sono presentate in massa a scuola il giorno dopo armate di minigonna, oppure semplicemente spiegato, giustificato, contestualizzato: è il caso di Armine o Valentina. Io non so se vi sia un modo giusto e un modo sbagliato per rispondere all’odio e alla violenza più o meno verbale, né ho la più vaga idea se esista davvero quella “Nuova bellezza” di cui Vanessa Incontrada si è fatta carne e manifesto. Quello che so è che non è la bellezza la chiave, non è lì che vinceremo o perderemo la partita, e che per combattere l’incultura del bodyshaming non basterà proporre un modello altro di bellezza ma dovremo scardinare i meccanismi su cui è fondata, separando una volta per tutte, il concetto stesso di bellezza da ogni parametro di valutazione della donna. Non è facile, non sarà breve, ma è l’unica strada possibile.

In fondo, aveva già capito tutto un’altra donna, una poetessa milanese, forse una delle più grandi poetesse italiane di sempre, che agli ultimi sgoccioli del vecchio millennio, in un estremo atto di ribellione, aveva deciso di mostrare al mondo il suo corpo nudo rubizzo e avvizzito da quasi settantenne che pareva scolpito da Botero. Un corpo orgoglioso, rivoluzionario, per certi versi voluttuoso, lontanissimo da tutto quello che si era visto fino a quel momento. “Sono stata io a volere essere fotografata nuda” ha detto lei. “Mi fa sorridere il moralismo della gente, non lo tirano fuori per il nudo in sé, ormai ovunque, ma per quello non perfetto. È l’imperfezione a scandalizzare, come fosse una colpa. Il mio è stato un gesto di provocazione, e anche di profondo dolore: in manicomio ci spogliavano come fossimo cose. Mi sento nuda ancora adesso”.

Non stava mostrando il suo corpo, Alda Merini. Il suo non era un corpo che reclamava bellezza, non cercava conforto o rassicurazione nello sguardo altrui, anzi lo strattonava, lo incalzava, quasi lo sfidava, gli imponeva una nuova narrazione. Non era più l’occhio maschile a dettare le regole ma il suo corpo franato, saccheggiato, da molti giudicato ormai vecchio e inservibile. Nessuno prima e dopo di lei ha saputo usare il proprio corpo in modo così profondamente politico. Ma non stava facendo politica, semmai qualcosa di più maestoso e duraturo. Ne stava facendo poesia.